Birrificio Angelo Poretti

-di Niko Carabelli

Dal 1877 produce birra ad Olona, frazione del comune di Induno alle porte della fresca Valganna in Provincia di Varese.  Straordinario e raro esempio di architettura industriale ispirata all’estetica dello Jugendstil tedesco, il birrificio nasce dalla riconversione degli spazi di una fabbrica dismessa di amido su iniziativa di Angelo Poretti, lungimirante impresario globetrotter di Vedano Olona. L’impresa conquista da subito una grande popolarità grazie alla produzione di birre stile pilsner, novità dell’epoca, all’apertura di una birreria in Piazza Beccaria a Varese e alla partecipazione all’Esposizione Universale di Milano del 1881. In seguito a varie acquisizioni il nome diventa un marchio appartenente a Carlsberg Italia S.p.a., società del gruppo danese Carlsberg. Carlsberg Italia è attualmente il terzo produttore nazionale di birra e vanta un portafoglio di marchi, nazionali e internazionali, apprezzati e conosciuti in tutto il mondo: Birrificio Angelo Poretti, Tuborg, Grimbergen, Carlsberg, Brooklyn Brewery, Tucher, Jacobsen,  Kronenbourg 1664 e Blanc. Con più di 260 persone tra dipendenti e agenti che  lavorano negli uffici di Milano, nel birrificio di Induno Olona e su tutto il territorio nazionale, Carlsberg Italia opera direttamente sul canale della Grande Distribuzione, della Distribuzione Organizzata e dei Clienti Speciali e sul canale Ho.Re.Ca. (Hotel, Restaurant, Caffè) dove serve sia grossisti indipendenti sia punti vendita diretti.

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Se parlo di birra parlo della mia vita. Da anni lavoro in un birrificio, da quando il mio primo master in igiene degli alimenti e delle produzioni dell’Università Cattolica di Piacenza mi portò alla ricerca di un’azienda che mi ospitasse per un tirocinio. Mi ricordo ancora, quando, nel mio cappotto blu di Valentino, telefonai dalla scalinata dell’Ateneo piacentino in Poretti con il mitico Nokia della Motorola e mi accolse la voce suadente di Silvana con il suo modo di pronunciare la parola laboratorio più accattivante di un ‘gradisca’ della mitica parrucchiera felliniana di Amarcord. Sono arrivato per caso in Valganna. Fredda d’inverno. Fresca d’estate: l’acqua non manca mai. L’autunno è piovoso e i boschi hanno quell’odore di foglie secche bagnate che girano in strame. La primavera tarda, che ancora non è estate, ha piogge insistenti. È quando I rami gemelli dell’Olona che scendono nella gola ai piedi del massiccio del Campo dei Fiori prendono forza. Ne senti il ritmato all’invaso alle spalle della cantina di fermentazione se le piogge ingrossano nel corso forzato cui l’uomo ha costretto il fiume nel lento attraversamento sotterraneo dei reparti di produzione. S’impara ad ascoltare l’acqua al Birrificio. Assecondandola quando serve; addomesticandola quando l’indole selvatica non la piega nella forma desiderata; lasciandola fare quando la sua forza nessuno può controllare; usandola, pura, per le birre. Un’acqua creduta curativa quella della fonte detta ‘degli Ammalati, meta di un turismo termale nell’Ottocento. In fondo Varese è da sempre ambita stazione turistica foris portas per la borghesia milanese.  Treni e tramvie erano mezzi d’elezione per arrivare al Ceresio e al Maggiore. Le carrozze trainate dai cavalli salivano dal capoluogo poco distante dove la borghesia milanese aveva ville padronali sui colli. D’inverno il ghiaccio in valle non manca mai. Alla località detta ‘delle grotte’ il salto delle cascate prende la forma di imponenti canne di ghiaccio, gli anfratti carsici della valle ospitano ghiacciaie d’altri tempi; ai laghi di Ganna e di Ghirla, dove il torrente Margorabbia si rilassa, i giunchi dormono intrappolati perché l’acqua solidifica prima a riva, lasciando un breve e vago specchio centrale agli uccelli assetati. Le lingue di cervo che tappezzano i boschi appassiscono per il freddo. L’Aquilegia e il giglio riposano nel terreno lontani dalle timide fioriture primaverili. E un vento tagliente attraversa la forra, insinuandosi nella stretta gola che rilascia brevi nastri di cielo arrossando le mani e screpolando le labbra.

La birra ama il freddo

Fortunatamente la birra ama il freddo. Si conserva felicemente, e a lungo, se tenuta a basse temperature. Angelo Poretti ne conosceva bene i segreti, lui che da Vedano Olona, terra di contadini, aveva viaggiato per la Baviera, la Boemia e i territori dell’impero Austroungarico al servizio della compagnia ferroviaria del Kaiser prima e come appaltatore e costruttore in proprio poi. Da abile uomo d’impresa capì subito che una valle fresca e ricca d’acqua avrebbe fatto la fortuna di un birrificio. Ma pragmatico come ogni buon impresario sa essere, riconobbe che tecnologia e materie prime non potevano essere italiani. L’Italia era sì vocata all’agroalimentare, ma con la birra ci azzeccava poco. Prese allora malti e luppoli in Boemia, lieviti in Baviera, tini nella vicina Austria. I migliori bottai del tempo erano boemi così come i mastrobirrai e dalla Boemia arrivarono in questa valle stretta per dare vita a un sogno tutto italiano di fare birra secondo un principio imprenditoriale molto moderno: da Emmanuel Anger a Carlo Stesha, da Roman Smola a Pietro Kubesta fino a Franz Prohaska.

Una forma di personal branding ante litteram

Metterci la faccia è stata l’intuizione di Angelo. Ben prima di Giovanni Rana, Poretti capì che attingere all’universo ideologico del mondo del lavoro poteva trasferire più direttamente i valori del prodotto e trasmettere fiducia ai consumatori. Serietà, professionalità, autorevolezza, affidabilità, sicurezza sono tutte caratteristiche che fungono da garanzia e Poretti, uomo d’impresa di successo, politico e amministratore riconosciuto, ben incarnava questi valori.  La firma di Poretti è visibile ovunque nel birrificio. Sulla trabeazione all’ingresso della sala di cottura, sui lampadari, sulla facciata della Villa padronale. Le iniziali del padre fondatore sono incise nella pietra a perenne monito della qualità e della bontà delle proprie birre. E segnarono una ad una le bottiglie prodotte ad Induno Olona. Che, sulla scia del vento di rinnovamento degli stili di produzione della metà dell’Ottocento, sono bionde, di bassa fermentazione, fresche, frizzanti e con la giusta schiuma.  Così escono le prime birre a Natale 1877. E da allora il birrificio non si è mai fermato, fedele alla tradizione, pronto all’innovazione, capace da sempre di anticipare i tempi. Perché solo chi ha solide radici sa interpretare il presente e proiettarsi nel futuro senza paura.

Il treno un alleato aggiunto

Seta, cotone e carta erano le attività industriali di un territorio, quello della futura Provincia di Varese, che si avviava all’industrializzazione. La birra costituì un unicum in questo patrimonio per una città poco vocata all’agroalimentare. E unicum fu il genere di birra prodotta, la pils, chiara, moderatamente alcolica, limpida e luppolata, distante dalle birre di marzo prodotte a Chiavenna o dalle Vienna di importazione. Da sempre volano dello sviluppo economico di un territorio, la ferrovia ha costruito fin dal 1865 i giusti ponti tra la Città Giardino, Milano e le città limitrofe secondo il concetto di rete integrata di trasporti tanto caro a Cavour. Ed è grazie alla ferrovia che la vocazione artigianale e turistica di Varese si evolse in un solido polo manifatturiero. E fin dai primi anni del Novecento un ramo della linea detta ‘Gamba de Legn’ attraversava il birrificio. È ancora visibile la galleria tra l’imbottigliamento e la nuova cantina di fermentazione. Così Poretti eccelleva nella logistica, passando il treno nel cuore della produzione e portando velocemente le birre prodotte nelle città di consumo.

Un birrificio monumentale in stile Liberty

Il successo della birra Poretti fu immediato e fece conoscere Varese in tutto il Regno come la città della birra. L’ampliamento del primo sito produttivo sorto grazie alla riconversione degli spazi di una fabbrica di amido dismessa fu una necessità ineluttabile fin dai primi anni del Novecento. Chi meglio di uno studio di architettura tedesco poteva occuparsi della costruzione di un nuovo birrificio? Sono i soci Bihl e Woltz, noti architetti di Stoccarda, a ideare un grande progetto di ampliamento e ristrutturazione del complesso industriale operando nella sala di cottura, ancor oggi fedele al progetto originario, e in vari corpi di fabbrica accessori. Si diede così vita a un’architettura in stile Jugendstil, coniugazione tedesca della versione industriale del Liberty floreale che caratterizzava la Provincia di Varese, ricco di mascheroni, grottesche, medaglioni con frange e gocce, lesene giganti e conchiglie, tutti ispirati al naturalismo e al classicismo dell’epoca. Elementi decorativi di stile si alternano a festoni di fiori di luppoli e tini di ferro battuto che ricordano la funzionalità dell’edificio. Il colore è quello della birra bionda, non poteva essere altrimenti. Gli edifici mantengono però una verticalità tutta tedesca nell’interpretazione del Liberty secondo una concezione molto razionale delle linee che conducono l’osservazione nella contemplazione di un insediamento industriale si funzionale ma pur sempre opera d’arte. Non può mancare un tocco italiano, quello nobile di Ulisse Stacchini nella progettazione della Villa padronale che domina la fabbrica. E i tratti si ingentiliscono. L’arredo floreale è più ricco, siamo pur sempre difronte ad un edificio civile che richiede più estetica e meno funzione.  Graziose sculture di angelo-donna fiancheggiano le scale che portano alla villa, fonte di ispirazione del logo delle Riserve Angelo Poretti.

Tra strutture e forme

La struttura del Birrificio prendeva forma oltrepassando i rigidi canoni delle costruzioni produttive spesso guidate nella loro progettazione da motivazioni pratiche, economiche e strutturali.  Grazie alla mano nobile di architetti designer di fama mondiale come Angelo Mangiarotti, anche i depositi di birra hanno acquisito una vena espressiva di grande potenza plastica e scultorea. La creatività è importante per il Birrificio e parte della struttura di pensiero. Ed è con orgoglio che il progetto del deposito birra Splugen Brau di Mestre (1962) sia stato presentato al V Congresso Internazionale del Precompresso di Parigi e che una sua riproduzione sia stata esposta alla Triennale di Milano per la bella mostra dedicata a Mangiarotti, suo progettista.

Splugen da sempre nei cuori

E’ dall’acquisizione del birrificio da parte della famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga di Chiavenna, che alla fine degli anni Cinquanta il marchio Splugen (germanizzazione di Spluga) diventa l’attore principale del portafoglio del birrificio. Splugen Brau, Splugen Dry, Splugen Oro e Splugen Bock (chiara e rossa), sono cavalli di battaglia popolari nel mercato brassicolo della seconda metà del Novecento poi masterizzati secondo moderni concetti nel brand Angelo Poretti Tre Luppoli, Cinque Luppolo e Sei Luppolo Ogni anno più di cinquecentomila ettolitri di birra bionda invadevano il mercato nelle diverse coniugazioni del marchio Splugen.  Per far fronte ad ogni esigenza il Birrificio studiò tre soluzioni di confezionamento per avere una Splugen sempre freschissima: una bottiglia grande per tanta sete; tre bottiglie medie da offrire agli amici; sei bottiglie piccole per il pic-nic. E i nostalgici non possono dimenticare Coppa d’oro, la birra da Gran Premio in due confezioni e con vuoti a perdere.

Innovazione nella tradizione

Il Birrificio è da sempre innovativo. Birre speciali ne ha prodotte in tempi in cui il Rinascimento dei prodotti artigianali era lontano da venire. Hans Leutner è stato un mastro birraio importante. Aveva nella fisiognomica i tratti iconici del braumaster bavarese che il popolo si aspetta. E l’expertise di chi sa che fare birra è una scienza che richiede rigore ma che poi il lievito può rivendicare la propria indipendenza e far da sé perché è vivo e imprevedibile. Per questo l’umanità di Leutner, unita al rigore teutonico, hanno dato vita negli anni alla Fumee, alla Quinto ai cinque cereali (prodotta con orzo, frumento, segale, avena e spelta) e alla Splugen Scura, una birra ‘nera’. Erano birre così particolari da precorrere i tempi cercando di educare un pubblico, ai tempi ancora poco preparato, all’ingrediente speciale. Le Bock, la chiara e la rossa, sono state invece le giuste intuizioni che hanno portato un’equilibrata dose di novità che ha incuriosito, senza spaventare, il consumatore mainstream segnando per quarant’anni indelebilmente il portafoglio del Birrificio e i calici alzati degli Italiani. L’eredità della sala di cottura è stata raccolta da Fabio Mazzocchi, musicista, scalatore, mente razionale e matematica, abilità indiscusse di problem solving. Un mastro birraio italiano cresciuto alla Danish School of Brewing, non aspettiamoci la fisiognomica bavarese, tanto, come diceva Madonna, Italians do it better, indipendentemente dalla propria fisicità. Parla poco Fabio, bisogna capirne i silenzi e intuirne lo sguardo. A lui si devono tutte le specialità nate negli ultimi dieci anni, birre simil artigianali ricche di insoliti ingredienti che hanno portato il mercato della birra industriale, quello delle produzioni fatte da molte migliaia di ettolitri, ad emulare il mondo artigianale. Così sono nate le stagionali, la mielizia con miele di castagno, la primaverile con sambuco, l’affumicata con uvetta di Corinto, l’estiva al mango, una blanche con coriandolo e buccia d’arancia amara, Agrumate e Brown Ale dalle note tostate e di cioccolato, una fresca Saison, la più delicata versione americana della India Pale Ale, delle pilsnser in stile boemo. Sono, questi, i marchi di fabbrica di un mastro birraio che non indulge troppo alla poesia, fedele alla tecnica e alla logica dei software che gestiscono le ricette. Un uomo che ama gli impianti, strumenti che da abile musicista accorda sulle note delle materie prime. In fondo è Il linguaggio macchina basato su un alfabeto binario il suo esperanto e con i sentimenti, come quasi tutte le persone geniali, spesso ci litiga, refrattario a troppe esternazioni, chiuso in un universo che al Birrificio piace pensare sia ricco di luppoli, malti e lieviti da propagare.

Si contano le birre…

Grazie a un management illuminato il Birrificio è passato a contare le proprie birre: la Tre, la Quattro, la Cinque a salire fino alla Dieci. Questa è  stata l’intuizione di amministratori che coi numeri ci sapevano fare di riassumere con un numero semplice da ricordare le ricette che certificano il know how di chi è abituato a vedere il prodotto secondo diagrammi di processo per poterlo fabbricare. Ed allora le Splugen, la Poretti e le Bock eccole ingegnerizzate in un concetto matematico, il numero Tre e il numero Quattro a salire fino al Sei nelle nuove declinazioni, arricchite dalle note aromatiche dei luppoli che il mastro birraio dosa con mano sempre più sapiente al crescere del numero di rappresentanza. E con il Sette, l’Otto, il Nove e il Dieci identifichiamo le specialità. Un re-branding, quello del Birrificio, che traduce nel nome l’essenza senza dimenticare che dietro alla perfezione di ogni cifra c’è un racconto che riassume ormai quasi centocinquant’anni di storia. E al Birrificio sono felici di mostrare a tutti con i propri numeri quello che sono oggi perché ricordano sempre cosa sono stati.

… E contano i luppoli

E così si è iniziato a contare i luppoli: varietà amaricanti e varietà aromatiche, luppolo fiore, pellets ed estratti. Il Birrificio li ha cercati storicamente nelle terre nobili di produzione dove il terroir mostra tutta la potenzialità sensoriale di una pianta rampicante dioica che in modo poco inclusivo esclude gli esemplari maschili a favore di quelli femminili quando si produce birra. E’ dai coni femminili non fecondati infatti che si estraggono le ghiandole della lupolina e nascono le palette sensoriali che danno i profumi che rendono una birra speciale più del grado zuccherino dei mosti previsto per legge. Sono note di fiori, frutta esotica e matura, agrumi, spezie, timo, lavanda, resina e aghi di pino, note d’erba fresca di taglio. E sono note amare, di un amaro lungo, persistente nel retrogusto, secco o più morbido. E in nome di una filiera circolare viene data una chance anche ai luppoli italiani, ai pochi o tanti campi coltivati nella speranza di adattare nobili varietà ai climi un po’ troppo mediterranei della penisola per la genetica mitteleuropea di questa pianta. E si studia dove e come aggiungere il luppolo. In fondo la ricerca e sviluppo è fatta di tentativi nobili e meno nobili suggellati da una scelta di qualità dopo un ragionato assaggio. Se deve essere la mano del cuocitore che nel caldo ovattato della sala di cottura dosa all’atto della bollitura dei mosti le giuste note d’amaro o se deve essere la mano del filtratore che regola il grado alcolico prima dell’imbottigliamento a dare forma al bouquet aromatico giocando sulla scala di estratti come le dita abili di un pianista sulla tastiera sanno fare, è sempre una questione di ricetta, quella scritta dal mastro birraio e che il degustatore ha giudicato migliore dopo il passaggio degli ingredienti negli impianti.

Messaggi innovativi

Al Birrificio piace comunicare. E lo fa con la forza verbale e scritta della parola, con il potere delle immagini e la suggestione dei suoni. Ma soprattutto con i fatti. Siamo in una società multisensoriale dove le neuroscienze ci insegnano quanto le modalità sensoriali siano cross-modali e come i più piccoli particolari possano diventare memorabili e creare rimembranza nel consumatore. Nulla può essere lasciato al caso. Il Birrificio è in un parco di alberi d’alto fusto che colorano le primavere grazie alla fioritura delle sue acidofile e gli autunni grazie al foliage dirompente. La bellezza delle Prealpi lombarde è unica. Ha il profilo dolce dei colli e le acque dei suoi tanti laghi. Cosi all’inizio del Novecento i manifesti Liberty di Ludovico Cavaleri celebravano la purezza delle birre prodotte dalla fabbrica di birra A.Poretti & C. attraverso i mirabili paesaggi del Sacro Monte e del Lago di Varese.   Poi sono stati gli inserti pubblicitari sulle riviste o i billboard affissi per le strade a celebrare i nostri prodotti: Splugen senza spina; Splugen con tutto il cuore; Una carica di naturale freschezza; Chi apre la cerniera [della Splugen] trova tutta la qualità che cerca; Splugen è il nome della birra; Splugen con tutto il cuore; Rosso, giovane un rubacuori: Splugen Red il leone rosso della birra. O utilizzavamo un più diretto ‘Ehi Uomo Bock’ –  ‘Ehi Uomo Dry’ con cui la Proprietà si rivolgeva sulla stampa ai consumatori puntando loro amichevolmente il dito con un prodotto cui era impossibile dire di no. Erano gli anni Sessanta e Settanta.  I consumatori si fidelizzavano cosi, con questi messaggi empatici per la sensibilità del tempo e grazie a concorsi a premi in cui si vinceva la pelliccia di visone, la televisione Brionvega, la lavatrice della Rex.  In fondo il ‘gratta e vinci’ esisteva anche allora. Bastava scoprire i cuori di Splugen e qualcosa si vinceva sempre.

Da Ermanno Olmi al Clan Celentano

E dalle teche Rai emergono i Caroselli firmati da registi illustri come Ermanno Olmi (La nostra amata bionda), e Pio Dolci (La Cerniera) e interpretati da attori di charme come Jean-Claude Brialy nel rutilante corto ‘Fino all’ultimo sorso, parodia del celebre ‘fino all’ultimo respiro’ di Goddard. La regia di Giorgio Romano guida Adriano Celentano e il suo Clan nei Caroselli intitolati ‘I desideri di Adriano’ e ‘Splugen presenta Adriano Celentano’ in cui il Molleggiato è protagonista di un avventura psichedelica in fondo al mare [episodio Nel mare] e gareggia accompagnato dalle animazioni di Giancarlo Carloni sulle note di EA cover di Heya di J.J. Light. Poi nei primi anni Novanta si ‘Svita la Voglia di Splugen’ su tutte le reti Mediaset fino a giocare con Angelo Poretti inventore e i Mastri del Luppolo nella bellezza della sala di Cottura puntando sulla passione e saggezza di chi ha maestria nell’uso di questa aromatica pianta. E di Celentano ritorna ‘prisencolinensinainciusol’ nella colonna sonora di ‘Welcome to the Lake’ con cui l’agenzia londinese Pablo promuove in Uk per Carlsberg Britvic la storica Birra Poretti capace di essere della Val Ganna nelle radici ma cittadina del mondo nello spirito con la giusta nonchalance di chi, senza vergognarsi, si distingue nell’odierno mare di omologazione.

Da sempre innovativi nella scelta delle soluzioni di packaging e di spillatura  

Lo spillatore per birra Spinamatic del 1964 disegnato da Achille Castiglioni vinse il Compasso d’Oro per essere stato il primo sistema di spillatura sopra banco con profilo sostenibile. E sono ancora i sistemi di spillatura ad essere protagonisti del processo di innovazione con l’introduzione della tecnologia DraughtMaster nel 2011. Per primo il Birrificio ha utilizzato fusti in PET riciclabile, leggeri e facilmente trasportabili, che non richiedono anidride carbonica aggiunta per spillare i bicchieri di birra ai tavoli, rispettosi della qualità, dell’ambiente e dell’uomo secondo prestazioni di prodotto misurate sugli impatti del ciclo di vita di un fusto attraverso la norma ISO 14040-14044. Una tecnologia che in Italia ha permesso di risparmiare negli ultimi 10 anni milioni di kg di CO2 a favore dell’ambiente. Si tratta di un quantitativo enorme, pari alla capacità annuale di assorbimento di milioni di alberi, l’equivalente della superficie della città di Vicenza o di quella di decine di migliaia di campi da calcio. E sul concept Drink Different, tanto caro al Birrificio, si è inserita l’esperienza Self Draught che ha reso possibile godere appieno del gusto della birra alla spina direttamente a casa propria attraverso l’acquisto di una bottiglia appena spillata al supermercato per una birra pret- a- boir.  Riciclare, riusare, reinventare sono poi parole chiave del progetto pilota Take Back-Give Back pensato per ridare vita ai fusti di birra in plastica destinati all’iniziativa sociale di economia circolare di quartiere DaCosaNasceCosa firmata dall’associazione culturale Repubblica del Design. Design Differente ha lavorato  all’ideazione e alla produzione di oggetti con plastica riciclata che Carlsberg Italia ha donato alla comunità del Municipio 9 di Milano, in collaborazione con Circolo Bovisa. O la linea di arredi da giardino Ocean CO2 realizzata con fusti di birra in PET DraughtMaster giunti a fine vita che mettono in mostra la sostenibilità, la responsabilità e l’emozionabilità del design realizzato con materiali di re-Waste.

La bottiglia 10 Luppoli, i nostri bicchieri e la Green Fiber Bottle

Stilosa è da sempre la bottiglia 10 Luppoli nata da un concorso di idee aperto agli studenti di Ied (Istituto Europeo di Design), Naba (Nuova Accademia di Belle Arti Milano) e la Scuola del Design del Politecnico di Milano. E di sicuro una birra che rappresenta un trait d’union tra l’industria brassicola e il mondo del vino, grazie alla rifermentazione con lieviti enologici, non poteva che richiedere una veste frizzante e ricca di glamour. Altrettanto iconico è stato il bicchiere Splugen Brau, disegnato dai Fratelli Castiglioni e decorato con le grafiche di Max Huber, ripreso nel 2001 in una fortunata riedizione da Alessi.  Come dimenticare l’introduzione dei tappi a vite per il marchio Splugen secondo il concetto di un apertura facile della bottiglia grazie al tappo svita e avvita ‘tappo Splü’ twist-off che permette di ‘svitare la voglia di Splugen’.  Funzionale ed iconico è stato il tappo a strappo ‘pull-off’ di Tuborg che facilitava il consumo nelle occasioni sociali e outdoor, animato in cinque diversi colori capaci di trasmettere emozioni secondo un codice non verbale. E chi ha memoria ricorderà l’edizione limitata delle lattine con le iconiche rappresentazioni retrò dei paesaggi più belli della provincia di Varese. Ma si stupirà ancora con le nuove bottiglie in fibra di legno secondo il progetto “Green fiber bottle”, in collaborazione con Innovation Fund Denmark e la Technical University of Denmark.

Locali di stile

E di stile hanno parlato e parlano i locali del birrificio  come scrisse Giorgio Bocca su Milano Dove, presentando la birreria Splugen Brau di corso Europa 12 a Milano progettata a metà anni Sessanta da Achille e Pier Giacomo Castiglioni in stile neoliberty ‘ricreando un ambiente borghese con tendenze intellettuali dove le sedute a mo’ di divani delle carrozze ferroviarie accoglievano una clientela elegante’. Tradizione che si mantiene con l’apertura de il 7 Luppoli – Birra e Cucina, nato dal recupero di un capannone industriale in corso Lodi a Milano secondo il progetto di arredo di Simone Colombo e gli elementi di comunicazione di Robilant & Associati, richiamando lo stile Liberty del birrificio grazie agli alti soffitti, i grandi lampadari in rame, le sedie in ferro battuto, la dicromia delle mattonelle. E bello ed arioso è la casa di Angelo, il Pub di rappresentanza, nato per accogliere i visitatori di Expo 2015.

Una bellezza etica

A Induno si trasforma l’estetica, ci si muove in un contesto di naturale bellezza, in una forma etica. La classe non è acqua… facile dirlo se si produce una birra che è ‘probabilmente la migliore al mondo’ come recita una storica pubblicità. La sostenibilità per il birrificio è tutto. Together Towards Zero (and Beyond) è un programma ambizioso. Zero emissioni di anidride carbonica, packaging sostenibili, zero sprechi di acqua, zero consumo irresponsabile, zero incidenti sul lavoro. La sostenibilità è coniugata secondo dimensioni sociali, ambientali e di business che creano le maglie che regolano la ragnatela di attività del birrificio. Le milestone della proprietà sono ambiziose, con traguardi progressivi sfidanti fissati per il 2030 e il 2040 senza mai fare proclami o passi più lunghi della gamba perché di chiacchiere se ne fanno poche e si dimostra in cosa si crede coi fatti.

Tecnologie sostenibili

Il Birrificio ha introdotto sistemi di filtrazione capaci di stabilizzare la birra finita che non utilizzano più coadiuvanti fossili. I sistemi di pastorizzazione sono di tipo flash, riducendo i consumi di energia e lo stress termico dei liquidi. Sono stati ridotti i consumi di acqua perché in un mondo sempre più assetato il risparmio idrico è sopravvivenza. Tonnellate di carta sono state risparmiate grazie all’ottimizzazione dei pack e degli imballaggi nel solo 2024. Per raggiungere questi obiettivi sono stati necessari profondi ripensamenti. L’abitudine, spesso, rende il possibile impossibile. Gli uomini del birrificio hanno certezze ma la maturità di ridiscutere chi sono per migliorarsi facendo del dubbio cartesiano una forma di crescita.

Analcoliche

‘La 4 Luppoli ZERO è una birra analcolica con un gusto sorprendente e un corpo delicato, quasi vellutato, da gustare senza pensieri’. Così ci racconta Serena Savoca, Marketing & Corporate Affairs Director di Carlsberg Italia e da pochi mesi Vice- Presidente di Assobirra. ‘ E’ stata eletta prodotto dell’anno 2025 nella categoria birre analcoliche e si accompagna in modo perfetto agli aperitivi o a piatti semplici della cucina italiana’. ‘Le analcoliche sono una alternativa alle birre tradizionali, specialmente per chi desidera evitare l’alcol ma per noi rappresentano un impegno educativo più globale verso i consumatori a diffondere la cultura del bere responsabile e a promuovere stili di vita equilibrati grazie a scelte consapevoli’ continua Serena. ‘La social responsability è una cifra importante del nostro business’. I dati di Assobirra confermano che Il mercato delle birre analcoliche in Italia sta vivendo una crescita, pur partendo da volumi bassi, trainato da un crescente interesse per bevande più salutistiche e pattern di consumo più consapevoli. ‘Circa l’80% degli amanti della birra dichiara di conoscerle e il 67% le ha già provate, con una preferenza per le versioni analcoliche nel 35% delle occasioni di consumo’ informa dal web Assobirra. Questo trend coinvolge diverse fasce d’età, con la Generazione X, i Millennials e la Generazione Z che mostrano un interesse simile per le analcoliche apprezzando l’assenza, o quasi, di tenore alcolico, senza tuttavia dover rinunciare al gusto. Forse per questo il Beer Food Attraction 2026 ha visto il lancio di Tuborg Zero al Limone, una lager chiara, analcolica, dal profilo agrumato e rinfrescante per un consumo consapevole e moderno per chi al gusto non rinuncia e vuole alternare sistematicamente drink alcolici a bevande NoLo. Che si tratti di una nuova identità per la birra o solo l’interesse transitorio di specifici settori di mercato sarà il futuro a svelarcelo. Ciò che piace oggi può annoiare domani portando a una naturale rotazione di preferenze e, a volte, a un senso di noia per ciò che un tempo era stimolante. Ecco in qualche modo ritornare l’atavico dilemma tra liking e wanting con cui tutti i responsabili R&D devono fare i conti.

E altre birre

Includono birre normali, doppio malto o speciali. Sono filtrate e limpide oppure come il lievito crea, naturalmente torbide. Luppolate con grazia per dare note d’amaro e trasferire tutta l’aromaticità degli oli, a caldo o a freddo a seconda delle esigenze. Sono di alta o bassa fermentazione; di malto o di frumento; con o senza spezie. Dalla 3 Luppoli fresca e bionda, di compagnia ai pasti, alla 4 Luppoli L’originale; dalla 5 Luppoli doppio malto alla 6 Luppoli tostata, rossa di personalità grazie alle note di caramello e liquirizia. Dalla 7 blanche non filtrata con scorza d’arancia e coriandolo e luppolata a freddo alla 9 luppoli non filtrata, una IPA agrumata con un amaro deciso e ben modulato grazie a un rilascio mai aggressivo, persistente nell’aftertaste senza annoiare.  Poi c’è una versione della 4 luppoli senza glutine. I consumatori ‘free-from’ sono in aumento poiché è in aumento chi ha intolleranze, allergie certificate o sensibilità a certi ingredienti o semplicemente percepisce i prodotti “free-from” come un’alternativa più sana senza una specifica necessità. E il Birrificio produce una versione della 4 Luppoli non filtrata per chi crede che le birre ’unfiltered’ siano più vicine a come natura crea e le vuole degustare senza correzioni. E’ così che il Birrificio risponde al gusto dei consumatori grazie a birre più commerciali beverine senza trascurare proposte più complesse e da meditazione.

Una casa madre che è più di una multinazionale

Il Birrificio ha una Proprietà che è una casa madre più che un board che lo amministra. E stupirà ma il ritorno economico non è il primo obiettivo della Fondazione che guida il Gruppo Carlsberg cui il Birrificio appartiene dal 2002. Certo, come per ogni impresa il profitto è importante ma non è inseguito ad ogni costo. Ci sono valori, un’etica della produzione basata sul concetto semplice, ma non per questo banale, di Brewing for a Better Today & Tomorrow che muove il business della Fondazione che governa la multinazionale. Sono le linee guida di Jacobsen e di suo figlio Carl, i fondatori di Carlsberg, che con il loro spirito pionieristico fatto di rispetto per la birra e attenzione per il sociale guidano la multinazionale dal 1847.

Expo 2015

Grazie ai valori fondanti il Birrificio è stato scelto ad Expo 2015 come birra ufficiale del padiglione Italia. Un riconoscimento del legame col territorio, dei valori di un’imprenditorialità sostenibile in termini ambientali, sociali e di business che da Angelo Poretti in poi ha contraddistinto il Birrificio. 6 mesi, 184 giorni, più di un milione di visitatori, undici ricette pregiate, una birra creata per EXPO, un milione di bicchieri spillati, oltre trenta eventi, molteplici esperienze multisensoriali e molto altro ancora per raccontare i valori e la storia del Birrificio. Ora come allora quando Angelo Poretti partecipò all’Esposizione Nazionale di Milano del 1881 con le proprie birre, cogliendo lo spirito che portò la Camera di Commercio di Milano diretta da Luigi Maccia a promuovere una esposizione industriale italiana nella città meneghina per riunire le forze economiche locali in un rinnovato spirito nazionale che superasse le divisioni regionali ancora forti nel neonato Regno d’Italia. E grazie a un grande orologio degli alberi posizionato come un grande ledwall dietro al banco di spillatura il Birrificio ha contabilizzato il risparmio in termini di anidride carbonica dovuto all’utilizzo dell’innovativo sistema di spillatura DraughtMaster all’interno del pub di Piazza Italia di Expo. E secondo l’equazione un albero ogni tre fusti consumati abbiamo trasformato la nostra birra in piante autoctone quali querce, frassini, aceri, pioppi, olmi, carpini, ciliegi, meli, cornioli, biancospini e ligustri, piantumate alla chiusura dell’esposizione nell’hinterland milanese in collaborazione con Legambiente onlus.

Open Day e visite

Il Birrificio accoglie nella sua casa chi vuole fargli visita. Un tour è sempre possibile, non ci sono segreti. Famosi sono gli Open Day del sito di produzione per il lancio delle stagionali e gli appuntamenti con le Giornate FAI. Si condivide il patrimonio artistico, storico e paesaggistico che rendono unico il sito di Induno Olona. Ma soprattutto si condivide la passione con chi voglia ascoltare quanto amore gli uomini del Birrificio mettono nella produzione delle proprie birre. Si insegna così ai visitatori che un birrificio è molto più di un’industria in cui la ragione della cifra di bilancio e l’ingegneria delle produzioni contano. Perché a Induno c’è un cuore che batte vivo e vigoroso che è la summa di tutti i cuori di chi direttamente o indirettamente ci lavora. Che non sono semplicemente delle maestranze o delle risorse ma persone, in una visione olistica e antropocentrica di People & Culture che qualifica la cultura del fare birra di note umane molto umane in base alle quali la valorizzazione e la formazione delle persone sono al centro di una nuova Growth Culture che porti ad un ambiente di lavoro inclusivo, aperto alla collaborazione intergenerazionale e alla crescita continua. Un birrificio è infondo un ecosistema complesso in cui emerge un intreccio di relazioni umane dove nessuno è un semplice ingranaggio e il lavoro uno strumento di crescita personale e comunitaria che fa propria la visione antropologica di Maritain e il sogno industriale di Olivetti che convergono nel rispetto della dignità della persona.

Una laica transustanziazione

Ho imparato da tempo che bisogna tendere l’orecchio e ascoltare con il cuore, sempre, nella vita. Perché con il cuore si sente quello che la ragione non sa dare. E ho imparato che al birrificio l’ascolto è importante. Chi vive il birrificio sa bene che una fabbrica di birra è un mondo di suoni fatti da toni bassi e toni alti, sussurri, voci più nette e distinte, flebili parole, eleganti prolusioni. E il personale che trascorre notte e giorno al birrificio, il ciclo delle lavorazioni è continuo, conosce questo linguaggio fatto di lieviti in fermentazione, miscele temperate che scorrono nei tini, il fiato dei fermentatori, pressioni e calore e i loro rilasci. E le bottiglie che scorrono sui nastri di trasporto hanno il tintinnio del vetro e la scia metallica dei tappi nelle tramogge di carico e il roteare vorticoso delle riempitrici. Visitando il birrificio si impara che esiste una mistica della birrificazione frutto della combinazione di storia, tradizione e mistero legati alla produzione di questa bevanda. Basta entrare nella Sala di Cottura per subire il fascino misterioso di questa bevanda sacra, varcando in silenzio la soglia di un mondo di cereali in trasformazione, quasi in punta di piedi, per rispetto, come si stesse entrando in una chiesa. I quadri monumentali della Sala rappresentano aulici la raccolta del luppolo e la mietitura dell’orzo e costituiscono testi sacri non scritti contenenti i principi della dottrina dell’arte del fare birra. Le quattro caldaie in rame con gli esuberanti camini sono il cuore dell’ammostatura e della bollitura dei mosti. Hanno l’imponenza e la grazia delle cose belle. Le vetrate cattedrali sono i punti luce di una sala di cottura che si porta la Valganna dentro, di notte e di giorno, con i giochi di luci e di ombre che si alternano nel corso delle stagioni. La biblioteca del luppolo è l’enciclopedica presentazione delle varietà nobili al servizio dell’industria brassicola.  Difficile trattenere lo stupore di fronte a tanta meravigliata bellezza quando il mastro birraio celebra i riti di passaggio che trasformano i malti in birra, in una laica transustanziazione, spiegando il processo di produzione in un rapimento mistico e sensuale che imprigiona trattenendo il visitatore con il fiato sospeso.

Birra e Cibo

Da sempre mi occupo di studiare come ricercatore gli abbinamenti tra birra e cibo e di trovare un modello che guidi il comportamento dei consumatori quando, istintivamente o meno, abbiniamo un cibo ad una bevanda. Un attività di ricerca che porto avanti da anni con i colleghi dell’Università Cattolica di Piacenza. Il birrificio, creativo ideatore di specialità, non poteva non strizzare l’occhio alla cucina in un periodo storico, quello attuale, in cui tutti si sentono in qualche modo gastronauti. Ed è nata sulla scia di questo nuovo sentimento popolare una partnership all’insegna della tradizione gastronomica e all’esaltazione del gusto tra i mastri birrai di Poretti e gli chef di ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana di Colorno in Provincia di Parma per ideare e offrire agli intenditori, e non solo, matrimoni d’eccellenza tra la birra italiana di qualità̀ e le raffinatezze culinarie che esaltano le tipicità̀ DOP, IGP e i Presidi Slow Food italiani. Poi, non contenti, per lo sviluppo delle 8 Luppoli Gusto Agrumato e 8 Luppoli Gusto Tostato si è chiesto la consulenza dello chef stellato Davide Oldani da San Pietro all’Olmo, inventore di una cucina pop che amalgama l’essenziale con il ben fatto, il buono con l’accessibile, l’innovazione con la tradizione, parole chiavi che ritrovo nelle corde di Angelo Poretti e del suo birrificio. E che il Birrificio fosse da sempre all’avanguardia lo dimostra L’antico giuoco del mangiare bene e del bere meglio che già a metà degli anni Sessanta proponeva 35 idee per combinare 175 strepitosi menù settimanali quando ancora nessuno in Italia parlava di abbinare una birra al cibo. Un complesso gioco di abbinamenti quello proposto dalla Poretti che spaziava dai famosi ‘panini imperiali’ allo ‘stuzzicappetito del buongustaio’, dalla ‘trovata settimanale’ alla ‘cucina tradizionale alla birra’ per finire con ricette a più spiccata socialità con ‘tuttinsieme’.  Un percorso gastronomico di abbinamento con ricette esemplificate nel loro iter di preparazione secondo un tour scandito dai giorni della settimana, perché, in fondo, ogni giorno era quello giusto per degustare una Splugen. Come ci ricorda Enzo Arbore, basta una birra e sai cosa bevi, specialmente se si tratta di una delle bottiglie del Birrificio Angelo Poretti.

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