Valentina Diouf – Una mozzarella vegana? Ne Vale la pena

-di Gianluca Donadini

Valentina Diouf, 33 anni, di Milano. Madre italiana, padre senegalese. Pallavolista. Dai campionati “under” del Comitato territoriale di Milano della Fipav in cui spicca per la sua altezza al Club Italia, in Serie A2, nel 2009. Due anni dopo è a Bergamo, dove resta per tre stagioni, debuttando in A1 e vincendo una Supercoppa Italiana. Passa un anno a Busto Arsizio, poi, a Modena, prima di ritornare ancora a Busto e raggiungere una finale di CEV Cup. All’estero gioca nel Bauru, in Superliga brasiliana, con cui si aggiudica il campionato Paulista. Poi, è Corea e V-League con il KGC Ginseng per un paio di campionati, il titolo di campione di corea e di miglior giocatrice della V-League. Torna in Italia a Perugia per trasferirsi a metà stagione nell’ ŁKS Łódź, dove al secondo campionato vince lo scudetto. Nel 2024 è in Francia, al Mulhouse nella Ligue A, ma rescinde il contratto per trasferirsi in Indonesia, al Jakarta Elektrik PLN, e, poi, rientrare in Serie A1 con la maglia di Busto, ora Eurotek. prima del suo addio alla pallavolo giocata. Conquista con la Nazionale la medaglia di bronzo agli Europei Under 18, l’oro agli Europei Under 19 e al Mondiale Under 20. Debutta con la nazionale maggiore nel 2013 partecipando al Mondiale 2014 giocato in Italia e vincendo una medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. È stata MVP della Supercoppa Italiana 2014 e della CEV Cup 2017 e miglior opposto della Champion League 2015.

È opposto. Colpisce la palla a tre metri e trenta di altezza. Non riceve, lei schiaccia tutte le palle. Cresce con una mamma grafica pubblicitaria e un po’ hippy, una nonna con una abilità finanziaria niente male che la educa al senso del risparmio e uno zio specialissimo, il sensitivo Solange. Scrive un libro ‘Quando sarai grande’ per Mondadori in cui parla della diversità, di come accettarla perché la diversità non è un peccato ma un motivo di vanto.

Con Valentina parliamo di cibo, di volley e del senso della vita scoprendo come per Valentina mangiare non sia un semplice atto ma un rito che nutre corpo e anima, che costruisce e che educa.

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Valentina ti ascolta. Ti segue con lo sguardo. Condivide le mie riflessioni con i movimenti della testa. Gesticola, con un’ampiezza del gesto che è direttamente proporzionale alla sua apertura alare e inversamente proporzionale alla cadenza della sua parlata, lenta, ragionata. E sorride, molto, con un sorriso sereno mentre si racconta. È solare e ha occhi che parlano affascinando per la grandezza e per la facilità con cui ci si può cascare dentro, quando Vale lo permette. Mi piace il modo posato, quasi riflessivo, di quando racconta, di sé, del mondo e della pallavolo che è la sua scelta di vita. Tenace, concreta, ricettiva, esploratrice del mondo, Vale è gelosa dei suoi valori ma aperta al dialogo seppur ami i propri spazi e rifugga troppa confusione sociale. Difende con orgoglio ma senza pregiudizio le sue scelte, a volte dolorose, sempre coerenti, che hanno costruito la donna che oggi è diventata. C’è uno spazio Valentina, intimo, di cui è custode e c’è uno spazio Valentina che è di tutti. Gli uomini di spettacolo, lo sport è spettacolo mi confessa solare, vivono la dicotomia tra l’essere propri e darsi a un pubblico quando si porta in scena una rappresentazione, e non immaginate quante affinità ci siano tra un attore che sale su un palco e una giocatrice che scende nell’arena per una partita di volley. Perché essere stata opposto della nazionale, della Yamamay Busto Arsizio e di tanti altri top team in giro per l’Italia e per il mondo richiede saper essere di tutti, trasformare il privato in pubblico mettendosi in discussione ed esponendosi al giudizio. Non è da tutti. Ci vuole coraggio.  Poi c’è la Valentina degli affetti, la Valentina pittrice, la Valentina cuoca, la Valentina amante dei gatti, la Valentina divoratrice di libri, la Valentina che difende la vita e i diritti degli altri, la Valentina viaggiatrice, la Valentina degli amori, Maciek ora suo sposo, la Valentina di sua madre e dei nonni e della sua Milano che non le hanno tolto essere multietnica cittadina del mondo perché Valentina sa che le radici contano per essere esploratrici ma che non devono impedire di volare.  

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Non sfugge inosservata. 2 metri e 02, piede 46 portato con naturalezza e con tacco anche vertiginoso, peso -14 kg rispetto a quando era onnivora, 1,20 1,30 di gamba, ‘alta quanto la mia massaggiatrice coreana’ (sorride), tatuata un po’ ovunque, dalla mano di Fatima sulla schiena, alla testa di micio sulla gamba, alla coccinella, alla joie de vivre sotto il seno, una voglia a forma di bottiglia sulla gamba, capelli, tanti, voluminosi, delicatissimi, che sono stati di vari colori.  Eppure mentre mi avvicino al Palayamay, ora E-work arena, perdonatemi se lo chiamo così ma sono nostalgico dei successi della squadra di Busto che portava questo nome, dopo avere attraversato i viali alberati di questa città operosa la cui bellezza va ricercata, e tanto, perché tutt’altro che appariscente, non è l’altezza di Valentina che mi colpisce. Sono infinite le volte in cui l’ho vista giocare in questa arena bellissima, una creatura educata ma potentissima da ammirare nel gesto della schiacciata con i suoi tempi da ‘fiocco di neve’ in difesa che donano la giusta lentissima grazia con cui ricade sul terreno. Ha un’eleganza innata, in campo e nella vita. Adora i vestiti che in qualche modo mi confessa le parlano. Le piace essere femminile anche quando gioca: la matita agli occhi, lo smalto non mancano mai. Abita il proprio corpo con gentile consapevolezza. Forse per questo ha avuto una carriera da modella, mai nata. Atleta di alto livello, donna libera da stereotipi e strumentalizzazioni, focalizzata su forza interiore e crescita personale, è serena e matura, capace di trovare equilibrio nonostante le sfide. Sa essere femmina e seducente ben sapendo che il valore di una donna si misura dalla sua voce, dalle sue scelte e dalla sua libertà perché esiste prima di tutto la bellezza del merito. ‘Essere differenti, disse una volta Valentina, è una forma di bellezza’. E una donna libera sa essere bella come atleta di successo, capitano d’impresa, comunicatrice, madre, moglie, amante, amorevole nella cura, fragile, seducente senza che questo limiti i propri diritti, la propria intelligenza, la propria presenza. Una libertà che è frutto di un percorso interiore che comporta la fedeltà a sé, ai propri valori. E Valentina è autentica figlia della sua Milano ma prima di tutto del mondo, provinciale quanto basta, internazionale quanto non guasta. È talmente unica che al di fuori del campo da gioco di pallavolo non parla quasi mai. Parla magari di libri, di musica, di arte, di meditazione, di Woody Allen e di Manhattan, film che adora, di Bob Marley, di Sebastião Salgado, di Allen Ginsberg, di Kobe Bryant perché Kobe emetteva una luce che contagiava le persone. ‘My reality is just different than yours’ è più di uno slogan, è un codice genetico tatuato nella sua pelle. 

 Entriamo nelle viscere dell’arena. La luce del campo ha una chiarezza che definisce i particolari come una lente Zeiss eccezionalmente nitida che riduce al minimo le aberrazioni ottiche. L’arena è immensa, come la vita, quella di Valentina che ora scopriamo.

A Ballarò parla di razzismo e integrazione, di globalizzazione. Incontra Mattarella e Renzi. Passa da Fazio a Che tempo che fa. Canta la sigla di Mila e Shiro a Zelig. Sale sul palco di San Remo e scende maestosa la fatidica scala attenta a non cadere ‘sennò che figura’. È a Tagadà nel 2019, a Uno Mattina. Incontra Cattelan in ‘Poi c’è Cattelan’ di cui è stata fan, con Maurizia Cacciatori. Ha la copertina di SportWeek in cui mura il razzismo. Vince l’Ambrogino d’oro 2014. È premio Gentlemen dell’Anno 2015. Vincitrice del 6° premio ‘Notte in Rosa’ di Cervia. Dal 2016 è ambassador della Fondazione Laureus Italia Onlus che sostiene i bambini in forti difficoltà sociali ed economiche delle periferie delle città italiane. Ha partecipato con ironia a Love Stories condotto da Debora Villa. È tra i 40 European Young Leader 2022 con il progetto ‘too good to be true’ per denunciare atti di bullismo nel mondo dello sport. In un’intervista a Repubblica parla di ius soli, del Brasile di Bolsonaro, della popolarità della nazionale di Egonu e Sylla, del sogno (poi infranto) di Rio 2016 e di Tokyo 2020, dell’inferiorità dello sport femminile che bolla come un vecchio cliché, delle mogli che seguono il marito ma che a lei succede l’esatto contrario perché è il compagno che la segue all’estero, di femminicidi di cui dice ‘oggi se ne parla di più ma è un fenomeno sempre esistito’.  E Valentina ha saputo fare muro al razzismo, muro a tutto ciò che ostacola l’integrazione. Non soltanto nello sport. Ha sempre preso delle posizioni perché prendere una posizione incita al dibattito e il dibattito fa crescere. Ne ha pagate le conseguenze. Ma va bene così. Perché guardandosi allo specchio può dire di essere fiera di sé. Ed è fiera di averne parlato in televisione. Le sue parole ci aprono la mente e vanno dritte al cuore, senza pregiudizi o demagogismi. Valentina è sempre in prima linea per le lotte sociali. Il Progetto ‘mano nella mano’ la porta in Uganda ad insegnare a bambine orfane i rudimenti della pallavolo. È ambasciatrice di Laureus Italia e del progetto Nike Made to Play, che promuove l’inclusione, la parità di genere e la leadership femminile nello sport giovanile.

Sei stata, e sei, un emblema della lotta al razzismo.

Essere razzista è una forma di ignoranza. Non riesco ad essere tollerante con chi non rispetta gli altri. A volte l’Italiano medio non è apertissimo ad accettare la diversità ma nel complesso l’Italia non è un paese razzista, non voglio generalizzare, si sta aprendo più di quanto non lo fosse in passato.  Ho la pelle scura ma non vengo considerata nera. Chissà perché. Sono stata la prima ‘razza mista’ in nazionale. Ma non ho mai ricevuto insulti razzisti nella vita e nei palazzetti. La pallavolo è forse un mondo più educato del calcio. Puoi ancora portare i tuoi figli a vedere una partita in tutta tranquillità. Non ho mai visto i fenomeni di violenza cui a volte assistiamo negli stadi.

Come si combatte il razzismo?

Non si combatte il razzismo col vittimismo, con la polemica senza fine, comportamenti, questi, che irritano le persone e che a lungo termine possono indebolire i casi di discriminazione generando stanchezza nell’opinione pubblica. Non serve fare la vittima, farsi compatire. Certo è più facile. Fai più rumore. Ma così crei più odio e anche chi è dalla tua parte e ti appoggia potrebbe abbandonarti. E per una lotta efficace non si deve dare modo a nessuno di poter manipolare o sminuire le vittime di razzismo.

La polemica diventa inutile

Le polemiche mi hanno stancata. Richiedono troppe energie inutilmente. Mettiamo sul tavolo le nostre idee, condividiamole e vediamo chi ha ragione. Paradossalmente bisognerebbe tornare tutti bambini per combattere il razzismo: un bambino non nota che l’amico è nero o ha gli occhi a mandorla. Ti dice il suo nome, che è simpatico, qual è il suo gioco preferito. Se fa domande o commenti sul colore della pelle non sta agendo con odio. L’interesse per la diversità è dettato dalla curiosità con cui esplora il mondo.  Del colore della pelle in sé a loro non frega nulla. È l’educazione che riceve e il contesto sociale in cui vive a trasformare tale osservazione in un pregiudizio. Lo sport può aiutare moltissimo perché educa e perché nello sport ha successo solo chi è capace e non chi è raccomandato.

Hai deciso di giocare all’estero: Brasile, Corea, Polonia, Francia, Indonesia…

Una scelta che in passato non è mai stata facile per le giocatrici italiane. Oltre al talento, per giocare come straniera ci vuole molta diplomazia, bisogna sapersi allenare seriamente, essere professionisti.  Poteva capitare per una stagione poi si ritornava a giocare in Italia. Per me è stato diverso. Fin da piccola sono stata abituata a viaggiare e ho sempre desiderato vivere immersa in un’altra cultura non solo per le vacanze. Ed ero curiosa conoscere com’è la pallavolo nel mondo. Quando giochi un’intera stagione è molto diverso che visitare un paese per turismo. Ci vivi. Ci lavori. Partecipi alla struttura sociale. Sei uno di loro. E mi piace scoprire quanto un popolo sia diverso da come pensavo.

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Valentina e il cibo

Sono vegana: per i benefici della mia salute e per una scelta etica di rispetto per gli animali e per l’ambiente. Sono milanese, cresciuta in una famiglia di tradizione meneghine in cucina. Mangiamo da sempre carne basti pensare alla cotoletta, all’ossobuco, alla cassœula e ai mondeghili. Ho sofferto fin da bambina di anemia e cali di forza che mi hanno condizionato la carriera sportiva e sono cresciuta con lo stereotipo che mangiare carne desse forza e ho seguito questo insegnamento. Avevo però problemi a recuperare le energie tra un allenamento e l’altro, tra una partita e l’altra. Pesavo di più. Avevo spesso infortuni. I miei esperti di nutrizione mi dicevano ‘togli qualche carboidrato così scendi di peso’. Ma io amo mangiare. Non rinuncio facilmente al cibo.

Poi un giorno

… ero con il Professor Marco Lanzetta per il programma di volontariato ‘Mano nella mano’ promosso da Samsung Italia, dalla Lega Pallavolo e da Gicam, Gruppo Internazionale Chirurghi Amici della Mano che ha portato noi pallavoliste in Uganda al Sos Children’s Village ospiti di un’organizzazione non governativa che protegge bambini vulnerabili. Noi usavamo le mani per insegnare i fondamentali di uno sport, la pallavolo, che sa farsi un linguaggio universale specialmente in Africa dove basta un solco tracciato nell’erba per definire un campo da gioco. Marco curava la mano – mani malate, mani deformate, mani traumatizzate, mani ustionate, mani senza radio – grazie a una sala operatoria volante.

Marco Lanzetta Bertani è un medico chirurgo specializzato in ortopedia e traumatologia con un particolare focus sulla chirurgia della mano.

Nel 1998 Marco ha eseguito il primo trapianto di mano al mondo seguito nel 2000 dal primo trapianto bilaterale ma, più in generale, è esperto nel trattamento delle patologie della mano e del polso, tra cui disturbi degenerativi, artrite, malformazioni congenite, deformità post-traumatiche e paralisi periferiche.

Marco cura l’artrosi con metodi innovativi

Si, che permettono di capire perché un paziente soffra di artrosi al di là della sua predisposizione genetica. Ciò che mangiamo ha un effetto sulla salute articolare e una dieta appropriata può migliorare la mobilità e alleviare il dolore.

La nostra salute passa dalla nostra tavola

Esistono cibi capaci di promuovere lo stato di infiammazione cronica dell’organismo come esistono cibi capaci di controllarla e costruire una dieta sartoriale, favorendo gli uni ed eliminando gli altri, apporta sicuri benefici. Con una serie di esami di laboratorio non invasivi – del sangue delle urine della saliva – Marco monitora lo stato metabolico del paziente evidenziando quali reazioni chimiche infiammatorie si scatenano quando si mangia. Costruisce così un’impronta metabolica personalizzata, pensa a un’impronta digitale, da cui estrapolare quei cibi che rendono più performanti. Mangiare è una terapia cronica e possiamo decidere di farne un buono o un cattivo uso. Non pensare però che questo regime alimentare controllato sia solo un percorso triste. Marco ha una guida con più di cento alimenti che non accentuano lo stato infiammatorio dell’organismo. La scelta è ampia.

In che cosa consiste?

Per Marco lo zucchero aggiunto, l’acido arachidonico presente nella carne, nelle uova, nei formaggi e in alcuni oli vegetali, le farine raffinate rafforzano lo stato infiammatorio dell’organismo. Che necessità abbiamo degli zuccheri aggiunti, che si nascondono anche in alimenti apparentemente sani, quando la natura offre zuccheri strutturati per la nostra salute nei cereali, nella frutta, nella verdura da cui il nostro organismo ottiene l’energia di cui ha bisogno? Abbiamo dalla nostra avena, tanti cereali integrali, legumi, broccoli, cavolo nero, frutta fresca di stagione, alghe, alcune spezie.

Dal punto di vista fisiologico non abbiamo alcun bisogno di zuccheri aggiunti negli alimenti. La loro presenza risponde più a ragioni industriali, economiche e di marketing. Sono ingredienti multifunzionali a basso costo la cui sostituzione è una bella sfida per l’industria. Aumentano la palatabilità dei cibi ottimizzandone il profilo aromatico, la struttura e il colore; agiscono da conservanti estendendo la shelf-life. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di limitare gli zuccheri aggiunti a meno del 10% (meglio 5%) delle calorie giornaliere totali.

Se questo tipo di regime alimentare funziona per chi soffre di patologie artrosiche perché non poterlo applicare anche agli sportivi

Io sono stata una delle prime. A quei tempi ero già in Brasile. Marco mi ha telefonato per comunicarmi gli esiti degli esami: il mio livello di Omega 6 era pari a quello degli obesi americani, e mi disse. ‘Non hai mai pensato di diventare vegana? Risposi di no. Così Marco mi chiese di iniziare a togliere carne e uova. Non fu facile perché all’inizio ebbi ovviamente delle crisi di astinenza. Nello stesso modo in cui togli lo zucchero e ti manca. Mi veniva un nervoso… Però ho sentito che il mio corpo mi ringraziava. Ho perso con una dieta controllata 14 kg, riducendo e bilanciando, perché tutti sanno che amo mangiare e mai avrei rinunciato a farlo.

E non cedi a nessuna tentazione?

Non ne sento il bisogno, dopo anni cambia il gusto. Riassaggiando cose che mi piacevano ho trovato che fossero meno buone di quanto ricordassi. Il ricordo rimane ma non mi piacciono più. Tengo le uova a distanza, non ne sopporto più l’odore. I latticini, mamma quanto mi piacevano, ora niente. Rinunciare al pesce non è stato un grande sacrificio perché non mi è mai piaciuto più di tanto. Carne? Nemmeno a parlarne.

Un bel cambiamento

È stato un passaggio graduale.  Piano piano ho tolto. Monitoravo l’adattamento del mio fisico alla nuova dieta con analisi ad intervalli costanti. Gli infortuni sono diminuiti e mi sento bene.

A livello sportivo come e quanto siete seguite?

Ad essere onesti non siamo molto seguite. Si, certo, ci può essere un nutrizionista che in linea di massima segue la squadra. Molto è però lasciato alla sensibilità personale benché sia in Italia che all’estero abbia giocato nelle migliori squadre dei rispettivi campionati. Immagina il Brasile dove la carne la fa da padrona a partire dalla feijoada e dal churrasco.  Mi sono adattata: otto mesi di riso, fagioli e frutta: incredibile la frutta brasiliana, ma da vegana ho fatto fatica. In Corea del Sud sapevano delle mie abitudini alimentari. Giocando per un club molto ricco avevo una carta di credito personale con la quale potevo destreggiarmi bene senza particolari vincoli di spesa. I Polacchi sono molto rigorosi e allo stesso tempo rispettosi e molto aperti nell’accettare chi ha particolari esigenze alimentari.  Ho adorato i pierogi ma ho apprezzato che per i vegani ci fosse di tutto, anche cibo etnico a prezzi molto contenuti.

La criticità maggiore non è per i vegetariani che, con poche eccezioni, riescono a trovare prodotti compatibili con il loro regime alimentare ma per i vegani che non mangiano i derivati come latticini, uova e miele.

Se il pensiero dominante ha ormai capito le esigenze di un vegetariano devo ammettere che non ha ancora compreso quelle di un vegano. Malgrado la società comunichi le esigenze alimentari delle atlete, la massima attenzione che ho ricevuto qui in Italia quando vado in trasferta è stata di avere un menù free-from meat e allora devo portarmi il mio cibo vegano o aspettare di mangiare al rientro a casa.

I club non hanno la forza economica di essere seguiti da personale che si occupa dell’alimentazione delle giocatrici?

Solo in parte. C’è un nutrizionista nel team di Busto. Però sei molto simpatico a pensare che ci sia un sistema strutturato sia nelle squadre di vertice del campionato sia a livello nazionale. Ci vorrebbe un upgrade professionale ed è un peccato che si parli troppo poco di quanto l’alimentazione sia fondamentale per la salute pubblica da un lato e per il benessere di un atleta dall’altro. Ci sono tanti infortuni, molte problematiche muscolari che si potrebbero evitare nel corso di una stagione agonistica partendo da un’alimentazione più corretta.

Il Ministero della Salute ci ricorda che l’alimentazione è il pilastro fondamentale per lo sportivo agendo come carburante per la performance, acceleratore del recupero muscolare e prevenzione degli infortuni.  

Certamente è così. Ma la gestione economica di una società sportiva è complessa. Non ci sono fondi illimitati. Si deve decidere su cosa tagliare per gestire i bilanci. Conta molto la struttura economica di una società e fa qualche differenza se la società è guidata da un main sponsor, ti posso fare l’esempio di Conegliano con la Famiglia Maschio o da un pool di sponsor minori che fanno quadrato nel supportare la società.

Essere diversi è un merito ma anche una colpa

Io sono stata una ragazzina diversa proprio a partire dalla mia fisicità fuori dall’ordinario ed è stato per me importante trovare un ambiente in cui fosse cool esserlo, in cui la mia diversità diventasse un elemento di eccellenza. Da bambina essere come gli altri era una questione di vitale importanza. Tendi a voler nascondere la tua peculiarità attraverso l’omologazione che permette di risultare trasparente.

Sentirsi trasparenti, cioè invisibili, era una forma di autodifesa per una bambina timida che non amava essere al centro dell’attenzione.

Anche se era difficile non essere notata visto che fin dai primi anni di scuola ero una giraffa, più alta della suora fin dalle elementari. Crescendo finalmente si capisce che il particolare è l’elemento che rende unici e preziosi ma a dieci anni non si ha la forza di ricordarselo. Forse proprio questa è stata la spinta che mi ha portato a scegliere di essere un’atleta: nello sport la mia diversità era un plusvalore. Diversamente avrei studiato. In fondo sono una nerd perfetta. Non voglio essere ingenerosa però. La pallavolo non mi ha tolto la possibilità di studiare. Però senza lo sport avrei fatto certamente scelte di studio diverse. Ma, ripeto, non rinnego nessuna delle scelte che ho dovuto fare per essere una pallavolista proprio perché queste scelte mi hanno portato ad essere la donna che oggi sono. E la Valentina di oggi non mi dispiace per niente.

Durante la stesura della sua biografia Quando sarai grande – Mondadori ha parlato a lungo di cosa significasse per una ragazzina essere fuori misura. ‘’Durante l’adolescenza l’omologazione sembra essere la cifra che mette al riparo dall’essere identificato e osservato. Sono timida, non amavo avere i riflettori addosso o essere al centro dell’attenzione’’.

Con il cibo non ti poni limiti.

Nel senso che preferisco sperimentare che confrontare continuamente i cibi nuovi con quelli cui sono abituata a casa. Mi piace aprirmi, assaggiare, prendere quello che mi piace senza pormi problemi anziché giudicare. Il cibo mi apre al mondo, alla diversità delle culture partendo proprio dalla cucina che va esplorata senza pregiudizi perché è una delle chiavi di lettura più autentiche per capire l’anima, la storia e la cultura di un popolo. Oggi ramen, domani pirogy, poi tofu, infine casseoula. No quella no, non più.

Le scelte della vita sono ragionate e consapevoli. Da buon capricorno ha un forte senso del dovere e non c’è spazio per troppi ripensamenti. Non si tentenna. Ha superato da tempo il suo limite, quello di essere insicura e timida. Benché vegana l’insalata le fa schifo e non la mangia seppur riflessiva e tollerante da quando è Zen dentro.

Mangia e ti dirò chi sei conferma l’aforisma ‘siamo ciò che mangiamo’. Il rapporto con il cibo è una vera e propria estensione del nostro modo di essere e di relazionarci con il mondo

Io non amo tutto della cucina italiana. Eppure mi trovo bene. Lo stesso all’estero: Non amerò dei piatti ma ne troverò altri che mi piacciono. La parola chiave rimane esplorazione. Questo percorso mi affascina. Certo il salto culturale con la Corea è stato ampio, come ampio è stato il salto con l’Indonesia. Ho un ricordo di alcuni bar coreani dove servivano i tentacoli di polpo, di un piccolo polpo coreano, che si muovevano ancora. Hai le bacchette e devi mangiarli.

Alla palatabilità si aggiunge una forma di disgusto per mancata abitudine.

Sì. Ma in Italia abbiamo delle preparazioni che possono provocare allo stesso modo disgusto in chi non appartiene alla nostra cultura.

Il disgusto non è solo una preferenza di gusto ma una complessa interazione di fattori biologici, psicologici e ambientali. Io in Corea non riuscirei ad abituarmi al kimchi.

Un bel problema, ma per quanto meraviglioso per il microbiota, il kimchi non mi piace.

Meglio la cucina indonesiana o coreana?

Difficili da paragonare. Sono completamente diverse. Io vedo la cucina Coreana più simile a quella giapponese mentre quella Indonesiana ha un’anima più europea.

La cucina coreana è una cucina di fermentazione. Pensa al kimchi e agli jang.

Piccante, puoi finire in ospedale se non stai attento. Malgrado ci siano sempre carne e uova e per un vegano sia impossibile mangiare non ho mai rinunciato ad esplorare. Anche a Daejeon, dove abitavo, ho trovato della pasta italiana e la Frisco che è un brand locale. Il tonno coreano è immangiabile per noi Italiani. In Indonesia mangiano tempeh e tofu.  Hanno latte di cocco, salse di arachidi. C’è una forte influenza halal. È una cucina variegata come variegate sono le isole indonesiane. Direi fusion perché ritroviamo radici portoghesi e olandesi. Ma queste differenze ci sono perché un Coreano e un Indonesiano sono diversissimi. Si passa dal giorno alla notte.

Ti sei trovata bene in Asia?

Io in generale sto bene in Oriente. Tengo le distanze, sono riflessiva, ligia al dovere. Per me il rispetto è tutto così come per i Coreani. Adoro l’ordine, la precisione, la pulizia. Incarno naturalmente dei principi alla base della loro cultura. I due anni trascorsi in Oriente… mi sono trovata da Dio. Io faccio molta fatica quando si superano in qualche modo i limiti. Ci sono dei limiti fisici, dei limiti sociali che anche nel lavoro non si devono superare per rispetto della persona. Poi la distanza e la percezione del limite da non valicare è culturale. I Brasiliani siedono molto vicini al tuo io. I Coreani, come me, rispettano le distanze.

Un Coreano?

Rispettoso, riservato, composto, veloce ed efficiente, responsabile, educato. Cura maniacale del proprio corpo. Viva la chirurgia estetica. Competitivo. Il Coreano sorride sempre anche per mascherare momenti difficili e disperdere energie negative. Questo mood mi ha aiutato molto a crescere e a cambiare Valentina per il futuro.

Un Indonesiano?

Per definizione uniti nella diversità. Ogni isola è un continente. Islamici ma Indù e Buddhisti. Ogni isola è unica. Direi affabili, sorridenti, positivi, resilienti. Meno veloci, meno competitivi. Si adattano a tutto.

Cibo e sostenibilità

Non sopporto sprecare cibo. Sono attenta all’ecosostenibilità e al riciclo. Mi diverte utilizzare quelle piattaforme carine che adesso vanno di moda e grazie alle quali possiamo acquistare cibo avanzato, cibo ‘brutto ma buono’, rimanenze. Aperta a questo.

Come vedono all’estero la cucina italiana?

Sempre considerata ottima. Ovunque si vada. Chiaramente il cibo italiano che trovi all’estero non è il vero cibo italiano. Ha spesso un adattamento culturale che lo rende più facilmente accettabile dai locali. Penso nella stessa misura in cui il cibo etnico subisce un processo di adattamento inevitabile quando finisce nei ristoranti qui da noi in Italia. Non c’è una fedeltà alla ricetta, forse se ne ripercorre un senso ma per necessità di marketing la si adatta all’abitudine locale. Questione di business e di vendite a mio avviso. È sopravvivenza, non lo vedo come un tradimento dell’originale.

I tuoi riti del cibo

Non ho riti particolari.  Faccio però un digiuno intermittente di sedici ore. Mangio la sera e poi rimangio a pranzo. Mi dà un gran benessere. Con gli allenamenti che finiscono tardi la sera non riesco a mangiare prima delle 21, cosa che mi infastidisce perché sono abituata da buona milanese a mangiare presto. Mezzogiorno e sette di sera: questo sarebbe per me l’ideale. Col lavoro diventa impossibile.

Il giorno della gara cosa si mangia?

Io tendo a mangiare easy sempre, anche quando gioco. Giochiamo spesso alle 17 e quindi non posso appesantirmi troppo a pranzo. Quando giochiamo alle 20.30 aggiungo una merenda sostanziosa, un ricco porridge che sazia e mi dà energie a lungo.

E durante le festività?

Capita di giocare durante le festività. Non ano però questa programmazione anche se capisco le esigenze del pubblico, della Federazione, del Campionato e della Società che capitalizzano sull’alto numero di spettatori. Anche i giocatori hanno però una vita sociale che andrebbe rispettata. Natale ad esempio, tradizionalmente dedicato al riposo e alla famiglia, diventa per molti atleti una fase cruciale della stagione, caratterizzata da partite ravvicinate, viaggi lunghi e necessità di mantenere una performance di alto livello. Ovviamente cerchiamo di non farci mancare niente con un occhio alla linea e ai ritmi dell’allenamento e delle gare altrimenti rimettiamo in campo.

Diversa alimentazione in funzione del ruolo?

Non direi, più in funzione della fisicità.

Mangiate in campo?

Dipende: da giocatore a giocatore e dalla lunghezza della partita. Non è però la pallavolo uno sport di endurance. Non è paragonabile alla maratona o al ciclismo in termini di calorie spese. Ripetiamo sforzi intensi e brevi nel corso della partita. Al termine di una gara io cerco di avere sempre delle porzioni di tutto: carboidrati, proteine, fibre. Non mancano mai i carboidrati.

Amante del cibo?

Il cibo è piacere e deve soddisfare. Amo molto mangiare e cucinare cose buone. Certo è che ci sono dei limiti perché serve equilibrio. Non voglio esagerare senza essere troppo ferrea. Godersi il cibo è molto bello.

Siamo a Pasqua, restrizioni legate al cibo?

Non sono religiosa e non ho restrizioni. Ho però giocato in Indonesia, a Giava, e le mie compagne rispettavano il Ramadan. Il programma allenamenti era strutturato in funzione del digiuno programmato con interruzione del campionato per 50 giorni. Ho una compagna musulmana qui a Busto e per lei è più complicato gestire l’attività sportiva visto che l’Islam non è la religione dominante e il campionato non si ferma.

Valentina e la cucina

Amo molto cucinare. Cucino di tutto. Mi piace sperimentare. Amo la cucina italiana, quella regionale, quella milanese per ovvie ragioni e quella etnica. Amo avere ospiti a cena, tempo permettendo. Ho amici e quando ci si ritrova si viene sempre a casa mia. Non ho particolari piatti preferiti. La pappa al pomodoro forse la mangerei tutti i giorni ma ci sono tante altre cose: la classica pizza, le paste con ogni sugo. È talmente ampio il panorama culinario che mi sembra restrittivo scegliere alcuni piatti. Amo mangiare. Punto.

Hai un comfort food?

Le zuppe di legumi mi piacciono molto. E ho una ricetta di un curry tailandese che mi ha passato una mia amica che ha una catena di ristoranti. L’ho conosciuta quando vivevo in Francia. Mi manda la pasta di curry che fanno loro e io lo faccio spesso qui in Italia. È un piatto che mi scalda.

Quale ristorante?

Forse non lo stellato. Non perché non ne rispetti lo stile. Non penso di avere una conoscenza sufficiente delle tecniche che adottano gli chef che ci lavorano da potermi godere a pieno l’esperienza. Non sono preparata per quella cucina. Quindi street food e trattoria come preferenza.

Il significato della tavola per Valentina

La tavola è convivialità. Non amo mangiare sola. Sono legata alla tradizione italiana di mangiare tutti assieme. A tavola si condivide come è andata la giornata.

Hai un cibo della memoria?

Le cotolette che mi faceva mia nonna sono il mio cibo della memoria ma anche tutti i piatti tipici della cucina milanese che ora, da vegana, non mangiò più.

Valentina e l’orto

Sono cresciuta in mezzo agli orti. Mio nonno ha sempre avuto l’orto ma non lo farei perché è veramente uno sbatti. Ci vuole regola e disciplina per l’orto. Come sono disciplinata in altri settori della vita non mi sentirei di dedicarmi a un orto in questo momento della mia vita. L’orto è troppo tosto per Valentina. Però ho una casa che è piena di piante. Diciamo che non ho tempo per l’orto ma vivessi in un mondo utopistico in cascina farei l’orto.

Valentina e il mercato?

Andavo tutte le settimane. Mi allungavano da mangiare. Vivendo a Milano non proprio in centro, ci si conosceva tutti. Mi viziavano. I mercati sono però troppo affollati per me. Custodisco gelosamente l’esperienza del mercato quando ci andavo coi miei nonni ma non ci andrei.

Cibo come strumento di seduzione?

Sì, sicuramente lo è. Mio marito Maciek è polacco e devo dire di averlo preso per la gola: adora tutto quello che cucino.

Cibo è identità?

Assolutamente sì. Il bello di visitare e conoscere la cultura di un paese straniero passa attraverso il cibo. Il cibo ti avvicina. Non servono parole, ci si affida ad altri sensi ed è quindi uno strumento potente di conoscenza.

Valentina e i social

Non seguo reality legati al cibo perché non guardo molta TV. Alcuni influencer del cibo vegano mi hanno dato spunti nel periodo della transizione. Non ho social media manager. Ho avuto una azienda che mi gestiva come brand. Avevo una rubrica in cui postavo sia cose mie sia avventure che mi capitavano sulla scarsa conoscenza della scelta plant based che purtroppo esiste nel mondo della ristorazione. Un blog di viaggi su youtube.com Ora mi dedico ad altro.

La cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità.

Spero sia un’opportunità come sempre capita quando si riceve un riconoscimento e si accende un riflettore. E che porti ad un’apertura verso tutte le necessità che il pubblico ha oggi. A partire dal plant based, dal gluten-free e a una serie di prodotti free-from. Ci si sta aprendo, specialmente nelle grandi città, ma da consumatrice vedo ancora molto chiusura. C’è sempre da migliorarsi e da mettersi in discussione.

Valentina e una ‘famosa’ mozzarella vegana

Ho un reel su Ig. in cui ironizzo sui menù spacciati per vegani quando in realtà non lo sono. È un breve sketch in cui siedo a un tavolo, chiedo una mozzarella e sono felice per una mozzarella promessa come vegana dal cameriere che poi… vegana non è.

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Vantaggi/svantaggi della dieta vegana in ambito sportivo

di Francesco Matteo Curatolo, Dipartimento di Scienze Animali, della Nutrizione e degli Alimenti (Diana), Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali, Università Cattolica del Sacro Cuore – Piacenza.

La differenza fondamentale per uno sportivo non è tanto il modello alimentare adottato, Vegano, Mediterraneo o altro, quanto il fatto di avere un’alimentazione personalizzata e disegnata su misura per le proprie esigenze individuali, fabbisogni energetici e gli obiettivi prestazionali, ma anche per il tipo di sport, momento della stagione e orari di allenamento. Un piano alimentare generico per un atleta di alto livello rischia di essere inadeguato senza questa taratura specifica. Qualunque regime si scelga, più è limitante nella scelta alimentare (elimina interi gruppi alimentari come latticini, uova o carne nel caso vegano), più si complica la sua fattibilità e sostenibilità nel tempo. Per uno sportivo che si allena ad alta intensità, con 1-2 sessioni quotidiane, fabbisogni energetici elevati e carichi di allenamento importanti, abbinati poi a viaggi frequenti per gare o ritiri, questa complessità si amplifica. Nonostante negli ultimi anni la forbice della scelta alimentare si sia nettamente ampliata, reperire gli alimenti adeguati e funzionali in viaggio e combinarli correttamente e nelle giuste quantità diventa un puzzle logistico-nutrizionale che richiede un’educazione alimentare solida e competenze importanti. Le recenti evidenze scientifiche confermano che la dieta vegana rappresenta un modello alimentare attuabile e in linea con la performance, sia per la popolazione generale sia per sportivi di alto livello, con parametri prestazionali sovrapponibili a quelli osservati in atleti onnivori su regime mediterraneo. Tuttavia, la distinzione cruciale risiede nell’intensità del supporto professionale richiesto: diversamente da un approccio onnivoro standard, dove il margine di errore è maggiore, l’atleta vegano necessita di una educazione alimentare specifica su abbinamenti nutrizionali precisi e timing di assunzione, unitamente a un monitoraggio regolare e supplementazione mirata (vitamina B12, omega-3 e ferro). In sintesi, la dieta vegana può offrire benefici nutrizionali e garantire risultati in termini di performance equiparabili ad altri modelli alimentari riconosciuti (Dieta Mediterranea), ma necessità di un’attenta e costante supervisione da parte di uno specialista, esperto in nutrizione sportiva, per superare le sue intrinseche complessità nutrizionali, compositive e logistiche.